Racconto

Da dove veniamo, mi chiedi.

Una passeggiata dentro le stelle e siamo caduti sulla terra.

Ci siamo addormentati insieme ascoltando il suono del mare.

Era il mare?

Di più. Era il vento che batteva sul pelo dell’acqua.

Tu accendevi e spegnevi il microfono per far entrare il rumore della tua anima.

E io non c’ero. Sembravo non esserci, come volevi tu.

La prima onda che si è rotta sulla battigia mi hai cercato.

Volevi che io non ci fossi per desiderarmi, ed ero accanto alla tua spalla.

Troppo vicino alla tua spalla, il tuo respiro laterale.

Aprimi e prendimi, accendi quel microfono, ascoltami.

Accoccolato sulla sabbia, cerchi di fuggire, per pigrizia.

Non riuscirai, io sono accanto alla tua spalla, il tuo respiro laterale.

Nell’uccello che sorvola la tua testa – non beccherà i tuoi occhi, il tuo sguardo corre via.

Nella fronda che ti accarezza, si stira nell’aria come un’armonica, e ritorna.

Rotolando per la salita del tuo collo eccomi, allunghi una mano, mi nascondo.

Sono accanto alla tua spalla, il tuo respiro laterale, nel piccolo morso sul tuo collo.

E nel tuo sospiro.

Così piccola da poterne scivolare fuori al primo sbuffo.

Da dove veniamo, mi domandi.

Siamo caduti dall’universo e abbiamo lasciato un buco. Volta in alto la faccia e vedrai le nostre impronte. Adesso ti preoccupi per il nostro passato.

Sei tu che con il nastro isolante ricuci il cielo.

Io con la grattugia frantumo un pezzo di stella che ci ha seguito, la sabbia diventa lustra.

Impareremo a riparare tutto, tranne noi due, amore mio.

Pare che siamo sfuggiti al controllo, tempo fa.

Fa parte del nostro marciare in folle.

Adesso andiamo, dici, e ci prendiamo per la mano.

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