
(Antonio Danise)
Dove sono, chi sono, cosa sono, dove vado? Sembrano queste tutte le domande che si pone chi vive, ma anche chi scrive, anche se scrivere è così lontano dalla vita, ma serve forse ad avvicinarla, per comprenderla, per rispondere alle prime domande, o viceversa, come un serpente che si mangia la coda. Serve un punto di appoggio? Una figlia mai nata, ad esempio, da cui si fugge perché il dolore è troppo, allora l’appiglio è il libro di un autore grande, qui è Antonio Lobo Antunes, medico psichiatra e scrittore portoghese. Come si affronta una conferenza su di Lui? Partendo da se stesso, come nel modo più semplice, come nel modo del narratore. Anche chi narra ama scrivere, ma si sa quanto la scrittura sia avulsa dal soffio vitale, quanto contrariamente all’esistenza se ne distolga, pur promettendo di accarezzarla, pur fingendo di offrire a chi scrive gli strumenti giusti per sfidarla, per accoglierla, per abbracciarla, con tutto l’amore che merita. L’amore. Che sia una finzione? Qui c’è Sofia, creatura di cui il narratore sa tutto e sa niente, creatura sognata e fantastica. Sa niente se pensa di dover abbracciare Sofia e tenerla con sé. E di lei sa tutto, perché Sofia è già sfuggita dalle sue braccia, dalla sua mente, nel solo momento che di lei ci ha svelato di voler conoscere ogni forma. Come prima di scrivere un libro. Ecco di nuovo che inseguire la vita subisce un arresto, chi scrive lo sa. Le due cose non vanno mai di passo pari, dove c’è una, l’altra si prende un calcio e via. Quello che resta è una meravigliosa inadeguatezza dell’esistere, cosciente della propria fragilità e incompiutezza.
È ballare un tango leggere questo libro, le parole si susseguono con un ritmo dolce e aspro, eppure non ci lasciano mai soli, ci hanno preso per la mano all’inizio e con loro danziamo pagina dopo pagina. E vediamo Porto, viaggiamo per Porto, incontriamo i colori, le donne che abitano la città, e le strade sconnesse di granito, i profumi, le canzoni alla chitarra di Amàlia, i gabbiani, l’oceano, la carne, il vino, Sofia che torna con ‘un leggero movimento del capo’ e torna per un addio, e ci stupiamo perché ogni incontro solo accennato evoca un mondo tangibile nel nostro ballo con la voce narrante.
Casquè è una figura sorprendente del tango e si riferisce all’istante in cui la donna si piega all’indietro e il partner la sostiene. Casquè è nelle ultime righe del libro, una fine preziosa, dove Danise si volge all’indietro, getta la maschera e si mostra in piena autenticità.
Da leggere!
Grazie carissima. Le tue parole mi emozionano e commuovono 😘
Antonio.